L’opera potrebbe perfino essere una traccia secondaria. Il centro della ricerca di Simone Cametti mi sembra più collocarsi in una zona precedente all’immagine, si tratta, a mio avviso, di poter modificare una condizione, un luogo o una relazione, mi viene in mente il termine appuntamento. È impreciso, perchè non si tratta di un tempo fisso, ma ci va vicino perchè si tratta di un incontro atteso e cercato.Talvolta sono azioni che producono effetti materiali, talvolta sono modifiche di visioni. Una seconda immagina latente tuttavia affiora sempre dopo l’incontro.

L’incontro potrebbe richiedere un’azione fisica protratta nel tempo, potrebbe dover innescare una diversa condizione. Che si tratti di intervenire sul paesaggio, di riattivare temporaneamente un’architettura, di far riaffiorare una memoria personale in un luogo remoto o ancora di abitare nuovamente uno spazio abbandonato, il centro del lavoro non coincide con l’immagine finale sebbene l’immagine sia conosciuta e protratta. Conta il processo che rende possibile quella trasformazione o questo restauro… asserendo al contempo che qualcosa rimane, come persistenza della retina… il tempo necessario perché un luogo, una relazione o una memoria possano presentarsi nuovamente.

La durata assume così un ruolo strutturale. Non come semplice tempo necessario alla produzione dell’opera, ma come materiale vero e proprio. Molti lavori di Cametti esistono infatti nella distanza tra l’energia impiegata e l’esito dell’esilio (dal precedente luogo conosciuto). Una fotografia di paesaggio è sostenuta da azioni, spostamenti, tentativi e resistenze che rimangono invisibili. La tentazione della spettacolarità viene sistematicamente evitata a favore di una pratica che preferisce operare per piccoli scarti e lievi alterazioni di realtà, per meglio dimostrare il suo punto.

È qui che emerge uno dei nodi più interessanti della sua ricerca. L’opera non introduce un nuovo oggetto nel mondo ma un nuovo punto, interviene sulle condizioni attraverso cui il mondo viene percepito. Luoghi, materiali, architetture e memorie vengono attraversati da azioni che interrompono, forse per sempre, il loro stato abituale. Una pausa, una deviazione, un rallentamento o un alterco. Quanto rimane non è la registrazione di un gesto eroico, ma la possibilità latente che affiora.

La scultura perfino, in questo gioco, non coincide con una forma stabile ma con un modo di agire. L’opera finita costituisce il deposito visibile destinato ad apparire. Rimane una traccia, come accade ai luoghi attraversati dall’acqua: la lenta modificazione che quel passaggio continua a produrre.