Sopravvivenza e solitudine si sovrappongono come il giorno si sovrappone alle abitudini. La figura della mantide nel lavoro di Leonardo Petrucci installa un problema pittorico nella fragilità delle relazioni della tela. Laddove la tentazione del monocromo lascia apparire l’immagine troviamo il maschio che sopravvive, ma a costo di un isolamento che diventa metafora di un esilio emotivo.

La superficie visiva si intreccia con questa dinamica: variazioni cromatiche percettibili evocano una conversazione interiore all’interno di un silenzio visivo: è una sospensione. Si tratta di una sottrazione che sfiora la totalità, senza mai affermarla, o perfino che la sfiora sapendo di non poter afferrare. Il tutto sarebbe il monocromo. Il tutto significherebbe sparire. Si tratta di cedere alla natura designata o che ci ha designato a vivere sussurrando. Questi spazi richiamano l’assenza affermando la labilità. La solitudine, si diceva, che si riflette.

I lavori generati dall’intelligenza artificiale sfidano ulteriormente la percezione, confondendo la distinzione tra naturale e artificiale, in una continuità che disorienta lo spettatore, rendendo inutile la distinzione stessa. Come se l’interiorità fosse necessariamente un dubbio di esistenza. Percepisco quindi probabilmente sono.

La nostra condizione, infine, è quella che si riflette in un’esistenza fatta di domande irrisolte: non sappiamo dove si trova il confine tra il desiderio di relazione e l’incapacità di instaurarla, tra il dovere e la missione di usare i nostri talenti e il timore e tremore di rischiare così la disfatta o peggio, la riuscita.
Così come il maschio della mantide esita tra l’istinto vitale e la paura di soccombere, anche noi potremmo trovarci, nel giorno adatto, sospesi in una realtà che oscilla tra il virtuale e il tangibile, tra l’intimità e la distanza.

LEONARDO PETRUCCI – GILDA LAVIA 2024