A mio avviso questo dipinto è un quadro religioso. La domenica mattina alla Grande Jatte come tecnica non è ininfluente. I piccoli tocchi di colore, però, costruiscono la realtà in Seurat. Adesso questa stessa realtà le pennellate la indirizzano, la permeano. Non c’è bisogno di un soggetto religioso per parlare di Dio. Avviene peraltro che Van Gogh, di formazione religiosa, lo era. Può darsi che in questa opera si stia rivolgendo solo alla tecnica, poco cambia. La “morte per raggiungere le stelle”, scrive nelle lettere a Theo Van Gogh, non mi sembra irrilevante. Infine la lettura de I Miserabili, sono un riferimento piuttosto preciso e forse più esatto. Io però noterei che nella notte stellata, della religione vera e sentita, c’è già tutto. “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Giovanni 3,8). Una lettura completa di questo passo del Vangelo non sarebbe semplice e non è questa la sede. Tuttavia ci interessa almeno in un senso. La direzione del soffio del vento permea la vita delle cose. Lo Spirito agisce nella natura, è immanente, è presente, che noi lo si veda o no è già qui nelle cose e non fuori da qui. Non si tratta di un destino prestabilito, ma di una presenza buona, interna, personalizzata, come il dialogo con Dio, scaturisce dal soggetto e al contempo, era già lì, dentro tutte le cose. Dalla visione di questo movimento che indirizza, per i toni e per i colori, abbiamo più pace che agitazione. Non si tratta necessariamente di una presenza che interviene sopra il libero arbitrio, ma chissà, insieme o dopo di esso, a consolare, forse, o a mettere le cose a posto, a provvedere. O tutto questo insieme. O forse si tratta di una presenza che è una tensione, qualcosa che percepiamo nella realtà senza ben concepirne l’indirizzo. Questo lavoro rende visibile un movimento invisibile e non un agire. La visione meditata, congelata, catturata con lentezza, come abbiamo descritto di Seurat, qui prende quota, un soffio di vento scombina la stasi della visione, la agita e agita anche noi, come il mare di inverno. Come avviene con i campi, il cielo, la vita. Tutto partecipa della stessa creazione a cui io stesso aspiro integrarmi. Scopriamo dunque che questo integrarmi non è un’immersione ma una direzione non necessariamente precisata, ma presente. Abbandonarmi al flusso della vita, confidando sia l’unica strada possibile. La visione è stata oramai scomposta in segmenti sempre più piccoli, tutti prendono vita e moto, sono motore oltre ad averne. Questo moto li costituisce come vivi. Ecco che vengono direzionati, ecco che devo assumere un nuovo sguardo per carpire il soffio, ecco nella pittura la presenza ultraterrena costante.