Da Monet abbiamo sopratutto il tema del tempo che passa. Così si è soliti pensare. Ovviamente si intende lo sviluppo del tema. Come molti sottolineano, questo avviene non solo e non precisamente. Monet stesso parla di qualcosa che definisce “l’enveloppe”: la busta, il pulviscolo. Si tratta di quello spazio di aria, che non è solo aria, e che si trova tra me e il soggetto. Lo stesso soggetto può mostrarsi più chiaro, più scuro, freddo, caldo, dolce, sensuale, tetro, in base alle stagioni, alle ore del giorno, al clima. Siamo sull’occhio, non sullo stato dell’animo. Impressione di visione, come schizzo, non mai espressione. È facile pensare che sul soggetto passi davvero il tempo, scorra la vita. Ed è. Tuttavia questo scorrere necessita di essere influenzato dallo spazio che mi separa dal soggetto. È più facile da comprendere su soggetti agresti (si legga i Covoni), più interessante è vedere che il tempo passa anche sulle Cattedrali, ovvero sulla pietra, sulle costruzioni, sulle rocce. Anche queste pagano il pulviscolo, anche loro, anche le costruzioni rocciose, anche le cattedrali, se messe da sfondo al soggetto vero, ossia l’atmosfera, diventano qualcosa di pittorico: si rischiarano, si raffreddano, si incupiscono. Diventano e si modificano a contatto con la visione. Tutto relativamente semplice finché non si arriva alle Ninfee. Michel Butor (Scritti sull’arte) fa notare il punto di vista: un volo d’angelo, appena appena sospeso. Un punto molto ravvicinato, una visione delicata e sottile ma che si trova bizzarramente sopra il soggetto, dove non saremmo mai se non inchinandoci, innaturalmente inclinati, ponendoci a guardare quasi cadendo. Immaginiamoci in una posizione alla Michael Jackson inclinato innaturalmente ma guardando in basso su uno stagno. Qualcosa di diverso e qualcosa di più succede rispetto alla “busta” di cui abbiamo parlato. È come se il soggetto, che rimane in un certo senso lo sfondo della pittura, ci attraesse, si avvicinasse, ecco che i piani iniziano a ribaltarsi, il mondo ci viene incontro. Lui verso noi, non più il contrario, noi siamo fermi adesso. Questa immersione, se portata al suo livello più estremo si trasformerebbe in cecità, in avvolgimento puro, ubriacandoci d’amore come nel film di Paul Thomas Anderson, Punch-Drunk Love. Nell’ultimo periodo della sua vita Monet dovette numerare i barattoli, perché le cataratte non consentivano più la visione perfetta del colore. Qualcosa di simile alla sordità di Beethoven, si è detto. Non proprio però. La musica rimane pulita, scritta nell’aria. La musica immaginata, con le note e le pause, è uguale alla musica suonata (lo è?). Tutto si srotola uguale, come verità, non avendo materia. La sinfonia nella mente di Beethoven è resa, senza verifica. La composizione di Monet è invece empirica e fugge. Si trasforma in colore attorno a noi ed è materia avvolgente. Proprio come il soggetto ninfee ora lo è. E mentre ci viene incontro perde sempre più la verosimiglianza. La pittura ci arriva dall’occhio e non dalla composizione, non dall’astrazione mentale, a meno di cercare un grado zero, ma non sono ancora i tempi adatti per l’idea di grado zero. Dato anche il punto di vista molto basso direi che un’informale pittorico ante litteram è invece presente e ben reso. Adesso il colore è quasi un’aggressione alla tela. Il pulviscolo ci avvolge e ne facciamo parte, il soggetto sullo sfondo si vendica, venendoci incontro, inglobandoci, avvolgendo, coprendoci come coperta. Il mondo stesso si ribalta. Appare tra le righe il pavimento sgocciolato di Pollock, i colori che cadono nel suo far sgocciolare dall’alto la pittura, gocce attratte dalla forza di gravità. Nei quadri di Pollock lo stesso pavimento si ribalta e va a parete, mostrando la sue reali intenzioni: attrarci, come vertigine, inglobarci. Siamo come le ninfee sopra cui ora cadiamo. Forme e colori di Monet sono un bagno di sensazioni nel soggetto. Bisogna che il capovolgimento vada fino alle sue estreme conclusioni per meglio capire l’immersione.