Nasce, si è detto, una società che viene definita veloce. Anzi veloce lo è, se si considera l’accelerazione in pochi anni. Il pittore della vita moderna di Baudelaire è un testo del 1863. Si indirizza a Costantin Guy, di cui il poeta apprezza il tratto e la stesura rapida. La nuova città viene rapita nell’istante, tolta alla pittura precedente; si passa da Ingres e Delacroix a Manet e da lì a breve la cattura dell’istante si farà sempre più importante. Avremo l’istante delle feste di Renoir, quello delle ballerine, prima, dopo o durante l’esibizione, o dei cavalli di Degas. Infine l’istante fermato nel tempo che passa di Monet. Si avrà presto un’era dell’iper velocità e della macchina pensata dai nostri italici futuristi e da Marinetti. Un bel giorno si avrà un’epoca come la nostra, poco epica, molto social, dell’isolamento e della solitudine, in cui l’istante è esser vivi. Dopo il momento industriale che individuava la sua alienazione nel disturbo dei sensi, nella solitudine in mezzo alle persone, nel pieno dello stridore, si andrà fino alla solitudine falsamente condivisa, condivisa nell’assenza, rumore scritto di persone che ora, talvolta, sono solo avatar. Finzioni e funzioni di se stessi che dialogano tra di loro rimanendo soli.
Smetto di divagare e vado al pointillisme, una tecnica che questa velocità la intrappola lentamente. Ecco infatti finalmente una presa di posizione meditata, che necessità di tempo e tanto, per ottenere una nuova idea di fuggevolezza congelata. L’occhio si allontana dalla tela e ricostruisce la visione, la scena è data da tanti puntini di colore. Roy Liechstein eseguirà un’analisi di significato interessante, allontanandosi dalla rappresentazione della realtà, in virtù del fumetto, e sviluppando un’idea di pixel che si genera dall’ingrandimento, dal punto che crea l’immagine. Prima, però, molta storia dell’arte passerà sotto i ponti del punto di colore, compreso l’italiano sognare di Previati e Segantini e sopratutto del primo Balla.
Tutto questo adesso, nell’esatto momento della Grande Jatte, non è che visione, visione vera, lenta e ponderata. Molto tempo per guardare l’istante, ecco una novità. Una crasi del tempo, uno stallo del momento imprigionato dentro ad una gabbia infinita e immobile. E quell’infinito si percepisce. Ci vuol tempo per guardare, bisogna allontanarsi, riavvicinarsi. Il tempo di visione e quello di stesura hanno una similitudine; in proporzione ovviamente. Non occorrono mesi per guardare ma nemmeno più secondi. Questo sguardo prolungato cattura un’istante che è stato imprigionato, si è detto, con lentezza. Il fruitore completa il lavoro con la visione. Scopriamo che l’istante mostra il tempo libero dei parigini e lo mostra alienato, non veloce e schizzato, non abbozzato nella fugacità, ma dilatato, statico, pomposo. Anche i soggetti conoscono questa lentezza e sembrano congelarsi nel loro momento più a lungo possibile. Fa capolino l’arcadico Puvis de Chavannes. In posa sembrano aver coscienza di essere eternizzati, statici ed epici: solenni. In questo dipinto nessuno guarda l’osservatore, nessuno guarda il lento pittore che cattura la situazione, nessuno vede il fruitore, siamo soli qui nel museo, al di là della tela. Solo una bambina sembra percepirci, non ne siamo sicuri. Per il resto nessuno guarda nessuno. Tutti insieme iniziamo ad alienarci già, insieme a questi parigini della domenica pomeriggio, tutti insieme mostrandoci senza guardare, dunque per riflesso, senza essere visti. Mostriamo vestiti sfarzosi, passeggiamo nel ristoro, scimmiette al guinzaglio, grossi sederi, ombrellini. Probabilmente andremo al bar del Museo. Il pittoresco si oppone al sublime nella nettezza del suo dettaglio. Si uccide, pur mostrandola rigogliosa all’occhio che nella tela naviga e scompare, la splendida natura dentro cui intendevamo tuffarci.