L’analisi di questo quadro ci fornisce molti approdi (e approcci). Riprendiamo, con il pensiero, il lavoro di Courbet La creazione del mondo. Lavoro che esplicita il recondito ma con la semplicità e la verità. Mostra uno spostamento di senso e dignità, una crasi di realtà nella direzione del paesaggio roccioso della natura visto dalla vita contadina per la vita contadina. Sposta il punto di vista e il tema, ma sposta anche il pubblico a cui si rivolge, senza muoverlo. L’Olympia di Manet, invece, si rivolgeva ad un mondo intellettuale, dal quale prende la lascivia, repressa, e la sposta nel dentro noi, in un immaginario infinito e recondito. Il desiderio è, in un certo qual modo, sempre in parte pornografico. Il campo è solo apparentemente lo stesso, le differenze non così sottili. Si parta da questo: l’opera esibisce. Questo esibito viene spiattellato in faccia ai borghesi francesi in entrambi i casi. Volgarizzato (da volgo) e reso distante (dalla o nella fruizione) nel lavoro di Courbet. Colorato di ipocrisia sapiente nel caso di Manet. Il lavoro di Courbet oggi mostra o conserva piuttosto una poesia, al tempo doveva sembrare come una parolaccia detta a corte, un rutto a pranzo. Apriva la porta del basso, del volgare, basso ventre proibito in quanto insito. La raffinata offesa di Manet è invece la stessa del Dejeuner sur l’herbe, ma viene portata ad un livello, se possibile ancora più alto e diretto, netto. Si andava a dire ai parigini, tronfi di nudi arcaici, ecco cosa siete “veramente”. Ecco cosa siamo. Lo rende chiaro nel confronto con cosa vorremmo essere. Vorremmo essere cortigiani aristocratici e siamo bassi. La sessualità nelle signorine d’Avignone, fa un passo avanti a questo baratro, e con questo passo, scompare. Scompare la sessualità e c’è solo il magma, quel basso istintuale sottostante e presente nel lavoro di Manet. Poiché si tratta di un passo avanti di qualcosa che era già stato portato al confine col nulla, succede quello che succede dopo il limite. Ovvero si cade. Il dato è stato assunto e adesso è solo pittura, e con la pittura si parla. Come Olympia le signorine di Avignone ci guardano negli occhi, sono in vendita, si mostrano quasi come in una vetrina, ma ecco che, stavolta tutto si sbalza in primo piano, si compenetra e si fonde. Lei adesso sono cinque lei e tutte sono in offerta, ma non hanno uno sfondo e nemmeno una definizione, poiché loro sono oramai il tutto. Sono liberate dalla stretta rappresentazione. Sono il senso della loro presenza. C’è di più. Si stanno spostando come figure umane. La maschera è davanti o dietro? Non certo soltanto davanti o dietro alle donnine, ma anche davanti e dietro al fruitore. Appare il primitivismo nella sua forma più subconscia, termine non ancora possibile, dunque diremo arcaica, recondita, nascosta nei meandri della storia stessa dell’uomo. Immaginiamo, guardandole, un suono di tamburi battenti, un’inquadratura che alterna ossessivamente lo zoom dal campo al primo piano, con ritmo sincopato, quasi un rituale sconosciuto di maschere e donne nude ci investe. Parla di loro, parla di noi. La nostra sensualità, il desiderio, sono ora desiderio tout court, magma, sputo della mente, ragnatela. Il segno è sintetico ma non da sintesi della rappresentazione, bensì sintetico del discorso, suggerisce casomai un’umanità primitiva. Forse più che sintesi dovrei dire sintassi. Grammatica di segni e punti di vista che suggerisce la visione. Occhio che comprende il carattere operazionale. Occhio che, per dirla con Socrate, semplicemente ricorda quello che non ha vissuto, maieutica del recondito.